5 aprile 2016

Anversa, 4 settembre 1870

In attesa di andare, venerdì, a presentare il libro a Radio Blackout, vi propongo un altro assaggio dopo quelli apparsi su CarmillaOnLine e MazProject. Quello che trovate sotto è il capitolo in cui esordisce Eugene Varlin.
Varlin aveva dovuto lasciare la Francia nell'aprile 1870 in seguito alla persecuzione giudiziaria nei suoi confronti, lo scoppio della guerra Franco-Prussiana lo trova in Belgio, ad Anversa, ed è da qui che parte la sua vicenda.
Questo è anche il capitolo a cui si abbina il primo brano della colonna sonora


Anversa, 4 settembre 1870
Qualcuno taccerà di infantilità questo mio comportamento, e se lo facesse io non potrei affermare che abbia torto, ma non per questo ho intenzione di modificarlo. Per me oggi è stato il giorno di una nuova nascita, quindi un comportamento infantile mi deve essere concesso, almeno oggi. Domani forse abbandonerò questo diario che sto iniziando, ma in questo momento mi pare giusto fermare su queste pagine i miei pensieri, e pensare di farlo giorno per giorno nei prossimi mesi, che saranno sicuramente un periodo di grandi cambiamenti.
Questa mattina i giornali riportavano la notizia della cattura di Napoleone III da parte dell’esercito prussiano, e della proclamazione della terza repubblica; questi fatti, così importanti per ogni francese così come per ogni uomo o donna che abbia a cuore la libertà, lo sono, egoisticamente, ancora di più per me. La mia condanna non è stata cancellata, ma non voglio credere che in una nazione che si proclama Repubblica si possa dar seguito ad una condanna inflitta per il solo fatto di aver fatto parte di un’associazione dichiarata illegale da un tiranno, forse neppure più pienamente lucido. Credo, voglio credere, che non vi sia più un motivo per il mio esilio, e dunque, dopo aver passato tutta la giornata di oggi in preparativi, domattina prenderò il sacco che è già pronto accanto al mio letto, riattraverserò quel confine che ho dovuto passare quattro mesi fa e punterò verso Parigi, per riunirmi a quanti ho lasciato a lottare contro un nemico che, per quanto mostri volti diversi, è sempre il medesimo. Credo non sarò l’unico a farlo.
Questi quatto mesi sono stati per il mio animo la peggiore sofferenza che ricordi. Dopo le retate di primavera, convinto dai miei compagni che in quella situazione la mia permanenza non sarebbe stata di giovamento per alcuno, sono fuggito dalla Francia. La condanna di luglio ha aggiunto ulteriori motivazioni al mio esilio, e sono del tutto convinto che quella scelta sia stata giusta, ciononostante in questi mesi ho continuato a sentirmi un disertore, anche perché, da quando sono in questa città, ho saputo rendermi ben poco utile. Ho scritto alcune lettere, parlato con alcuni compagni, ma non sono riuscito a realizzare alcunché di concreto; persino per il mio alloggio e per i pasti dipendo ancora dai risparmi che ho portato con me lasciando Parigi, e soprattutto dalla generosità dei compagni. All'inizio non riuscivo a capacitarmi di questa mia inattività, mi ripetevo che per un membro di un’associazione che si dice internazionale non poteva fare differenza trovarsi in Belgio anziché in Francia; ho poi capito che in realtà non era quello il discrimine, bensì il fatto di trovarsi sradicato, in una città che non conoscevo e in cui mi auguravo di non dover restare troppo a lungo. Ma oggi per fortuna tutto ciò non ha più importanza, da domani potrò tornare ad essere parte della nostra grande lotta.
Dalle notizie che giungono da sud la situazione della guerra pare disperata. Dopo la sconfitta dell’altro giorno, che ha portato all'abdicazione del tiranno, il grosso di quanto rimane dell’esercito è assediato, parte a Metz, parte a Strasburgo, e difficilmente potrà tenere a lungo quelle due città. Tutto quanto possono fare quegli uomini è resistere, per dare a Parigi il tempo di riorganizzarsi ed essere pronta a combattere i prussiani quando volgeranno in quella direzione.
Per conto mio spero mi sia dato almeno il tempo di tornare in città, prima che venga circondata; se ci sarà un assedio, come ormai pare probabile, doverlo vivere da lontano mi farebbe sentire ancora più colpevole per la mia fuga. Ma questo non succederà, domani lascerò Anversa, già prima di sera tornerò a sentir parlare la mia lingua, e il giorno successivo sarò di nuovo a casa.

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